Signore e signori, illustri ascoltatori, anime attente e coscienze vigili,

oggi mi rivolgo a voi con cuore gravato e mente desta, per trattare un argomento che non è di opinione leggera né di sterile polemica, ma che riguarda il nucleo più prezioso della nostra società: i nostri figli, i giovani, coloro che ancora non hanno raggiunto la piena maturità dell’età e della responsabilità, e che pure camminano già sulle strade del mondo, talora illuminate, talora insidiose.

Vi è, nel nostro tempo, una crescente inquietudine che serpeggia tra le famiglie, tra le istituzioni, tra coloro che portano sulle spalle il peso della cosa pubblica: l’inquietudine per la sicurezza dei minori, per i luoghi che essi frequentano, per le esperienze che vengono loro offerte e talvolta imposte con lusinga e seduzione. Non possiamo sottrarci dal guardare in volto tale questione; non possiamo rifugiarci nella comoda illusione che “le cose vadano come devono andare” o che “i giovani debbano fare la loro esperienza”. Poiché non ogni esperienza è scuola, e non ogni libertà è crescita: vi sono esperienze che corrompono, libertà che imprigionano, piaceri che lasciano dietro di sé ferite profonde.

In quest’epoca di luci abbaglianti e suoni fragorosi, di locali che fioriscono come templi della notte e di ritrovi che promettono divertimento senza limiti, si pone innanzi a noi una grande e gravissima questione: quale sia la responsabilità di coloro che aprono le porte di tali luoghi e quale sia, allo stesso tempo, la responsabilità dei genitori che affidano ad essi, anche solo per poche ore, la sorte dei propri figli minorenni.

Non parlerò con tono accusatorio, come giudice severo che condanna, ma come uomo che riflette, che interroga la coscienza propria e quella altrui, che chiede con franchezza e con rispetto: stiamo davvero facendo tutto ciò che è necessario per tutelare i nostri giovani?

Anzitutto, è necessario volgere lo sguardo ai locali di intrattenimento: discoteche, sale da ballo, club, ritrovi notturni e diurni, luoghi nei quali la gioventù ama riunirsi per condividere musica, parole, risate e, talvolta, ciò che non dovrebbe condividere.

Chi apre uno di questi luoghi, chi lo dirige, chi ne trae beneficio economico, non svolge soltanto un’attività commerciale. Egli assume, volente o nolente, una responsabilità morale e civile. Quelle mura non sono semplicemente contenitori di divertimento: sono spazi nei quali si intrecciano destini umani, nei quali giovani cuori possono trovar gioia ma anche restare feriti, nei quali un atto di vigilanza mancato può trasformarsi in tragedia irreparabile.

È dovere sacro di chi gestisce tali locali garantire la massima sicurezza possibile: sicurezza delle strutture, sicurezza degli accessi e delle uscite, sicurezza degli impianti, sicurezza del numero degli avventori rispetto alla capienza consentita. E non basta l’ossequio formale alle norme scritte: occorre quell’attenzione viva, quell’occhio vigile di chi sa che nelle sue mani non vi è soltanto una licenza, ma la vita e l’incolumità di giovani persone.

È necessario vigilare affinché non si introducano minori in contesti che non sono adatti a loro, affinché non giungano nelle loro mani bevande alcoliche o sostanze che possano alterarne la coscienza. Poiché il minore, per sua natura, non è ancora pienamente capace di valutare le conseguenze, è esposto con maggiore vulnerabilità al fascino del proibito e all’impulso del gruppo.

Chi serve alcol a un minorenne, chi chiude gli occhi dinanzi a ciò che vede, chi finge di non sapere che in un angolo, in una sala appartata, vengono scambiate sostanze pericolose, non è neutrale: egli partecipa, fosse anche per omissione, al male che potrebbe derivarne. E non vi è guadagno economico che possa giustificare tale cecità. Ogni biglietto venduto, ogni consumazione servita, ogni ingresso convalidato porta con sé una domanda: “Ho fatto tutto il possibile perché questo giovane torni sano e salvo a casa?”

Il locale che accoglie minorenni deve divenire presidio di tutela, non arena di rischio. La musica può essere alta, le luci possono danzare, la gioia può espandersi, ma la coscienza di chi organizza deve essere più vigile del frastuono che riempie la sala.

Ma, miei cari, sarebbe ingiusto e incompleto fermarsi a questa sola considerazione. Vi è un’altra responsabilità, forse ancor più profonda e originaria: quella dei genitori.

Non basta gridare allo scandalo dopo che una disgrazia è avvenuta; non basta puntare il dito contro gestori, organizzatori, istituzioni, quando si è stati noi stessi i primi a chiudere gli occhi per quieto vivere o per compiacere desideri che non osavamo contraddire.

Il genitore è il primo custode, il primo educatore, il primo guardiano del bene del figlio. È colui che veglia quando il figlio dorme, che prevede ciò che il figlio non immagina, che misura i pericoli che l’adolescente, per entusiasmo o inconsapevolezza, non vede.

L’amore vero non coincide con il permettere tutto, non consiste nel dire sempre “sì”. Talvolta l’amore indossa il volto severo del limite, del divieto motivato, della prudenza che salva. Vi sono luoghi nei quali un minorenne non dovrebbe mettere piede; vi sono contesti che non educano, ma deformano; vi sono compagnie che non elevano, ma trascinano verso il basso. E i genitori, se davvero amano, non possono fingere di non saperlo.

Non è segno di modernità lasciare che il figlio vada ovunque, a qualunque ora, consolandosi con l’ingannevole pensiero: “Così fan tutti”. Poiché non tutto ciò che è comune è buono, e non tutto ciò che è diffuso è giusto. Molte tragedie di cui udiamo il racconto, molte notti finite in lacrime e sirene, sono precedute da un piccolo atto di leggerezza: un “vai, tanto che vuoi che succeda?”, un “si arrangiano, devono imparare”, un “meglio che faccia esperienza”.

Sì, i figli devono crescere, devono imparare, devono confrontarsi con il mondo. Ma non da soli, non senza guida, non senza discernimento. L’adolescente spinge verso il confine; è compito del genitore stabilire dove quel confine si trovi, non per opprimere, ma per proteggere.

Responsabilità dei locali e responsabilità dei genitori si intrecciano, si completano, si richiamano reciprocamente. Il locale più sicuro del mondo non basterà, se un genitore espone consapevolmente il figlio a ciò che non è adatto a lui; la famiglia più attenta non potrà proteggere se trova dall’altra parte disinteresse, avidità, negligenza.

È un’alleanza che deve nascere: alleanza per la tutela dei minori. Non guerra, non reciproca accusa, non comodo rimpallo delle colpe, ma collaborazione franca e leale. Il gestore che segnala un comportamento rischioso non è delatore, ma custode; il genitore che chiede informazioni e controlla non è oppressore, ma guardiano amoroso.

E vi è un’ultima, solenne riflessione.

Noi non proteggeremo soltanto singoli ragazzi, singole serate, singole vite – che già basterebbero, perché ogni vita è unica e sacra – ma proteggeremo il futuro stesso della società.

Perché il mondo di domani sarà fatto da questi giovani: da come li avremo custoditi, dalle ferite che avranno o non avranno ricevuto, dalla fiducia o dalla sfiducia che avranno interiorizzato. Un adolescente smarrito, abbandonato a se stesso, ferito da sostanze, da violenze, da sballo eretto a normalità, non è solo dramma personale: è crepa nel tessuto della nostra comunità.

Dunque, io vi invito, con voce che vorrebbe essere ferma e insieme fraterna:

locali più sicuri, genitori più presenti, società più vigile.

Non per togliere gioia ai giovani, ma per custodirne la vera gioia; non per spegnere il loro entusiasmo, ma per impedirgli di bruciarli; non per rinchiuderli, ma per guidarli verso una libertà che non ferisce.

Vegliamo su di loro.

Vegliamo prima che sia tardi.

Vegliamo non per paura, ma per amore.

E che ciascuno di noi — gestore, educatore, amministratore, genitore o semplice cittadino — possa un giorno guardare indietro e dire: ho fatto ciò che era in mio potere perché i nostri figli fossero salvi.

Questo, e null’altro, è il vero segno di una società degna di chiamarsi civile.

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