Dal 2022 al 2025 lo Stato incassa di più, spende con maggiore prudenza e riduce il rosso: il nuovo equilibrio dei conti pubblici italiani secondo Unimpresa
Indice
- Il nuovo volto dei conti pubblici italiani
- Gettito fiscale record: perché il 2025 è un anno simbolico
- La spesa cresce, ma meno delle entrate
- Il disavanzo si riduce, ma non sparisce
- Dal pre-Covid alla nuova normalità dello Stato italiano
- Il commento di Paolo Longobardi: conti più solidi in un mondo instabile
- Il lato meno visibile: più solidità, ma anche più peso del fisco
- Una finanza pubblica più credibile, ma ancora lontana dall’equilibrio
Il nuovo volto dei conti pubblici italiani
C’è un dato che racconta meglio di molti slogan la traiettoria recente dell’economia italiana: tra il 2022 e il 2025 le entrate dello Stato sono cresciute più rapidamente della spesa. È questo il cuore dell’analisi diffusa da Unimpresa su dati rielaborati della Banca d’Italia, che descrive un quadriennio di progressivo riassestamento del bilancio pubblico dopo gli anni eccezionali della pandemia e dell’emergenza energetica.
Nel 2022 le entrate complessive dello Stato erano pari a 632,2 miliardi di euro. Nel 2025 arrivano a 708 miliardi. In termini assoluti significa un aumento di 75,9 miliardi, pari al 12%. Il dato però diventa ancora più significativo quando si guarda alla componente più importante del bilancio: il gettito fiscale. Le entrate tributarie passano infatti da 528,1 miliardi a 614,2 miliardi, con un balzo di 86,1 miliardi, cioè del 16,3%.
Non tutte le voci però si muovono nella stessa direzione. Le altre entrate, infatti, scendono da 104,1 miliardi a 93,8 miliardi, con una riduzione di 10,3 miliardi. Questo significa che il rafforzamento dei conti pubblici si regge sempre di più sulla fiscalità ordinaria, cioè sulla capacità dello Stato di incassare imposte in maniera più robusta e continuativa.
Gettito fiscale record: perché il 2025 è un anno simbolico
Il 2025 segna un passaggio particolarmente rilevante: le entrate tributarie raggiungono quota 614,2 miliardi, il livello più alto dell’intera serie storica considerata. Non si tratta soltanto di un numero impressionante, ma di un indicatore politico ed economico di grande peso.
Da una parte, questo risultato suggerisce una maggiore solidità della macchina fiscale italiana. Dall’altra, apre una domanda inevitabile: quanto di questo miglioramento dipende da una vera espansione economica, e quanto invece da una pressione crescente su famiglie e imprese? Il report evidenzia una combinazione di fattori: ripresa post-pandemica, inflazione che ha ampliato le basi imponibili, recupero del gettito e rafforzamento delle attività di contrasto all’evasione.
Il punto, però, resta uno: il consolidamento dei conti pubblici italiani si sta reggendo soprattutto su una crescita forte del gettito fiscale ordinario. È una buona notizia sul piano della tenuta del bilancio, meno neutrale se la si osserva dal lato di chi quelle entrate le versa.
La spesa cresce, ma meno delle entrate
Il miglioramento del saldo pubblico non nasce da un taglio drastico della spesa pubblica. Nasce piuttosto dal fatto che la spesa cresce, ma a un ritmo inferiore rispetto alle entrate. Tra il 2022 e il 2025 le uscite complessive passano da 781,5 miliardi a 845,1 miliardi, con un aumento di 63,5 miliardi pari all’8,1%.
Nel dettaglio, la spesa corrente sale da 641,1 a 696,7 miliardi, con una crescita di 55,6 miliardi (+8,7%). La spesa in conto capitale aumenta invece da 140,5 a 148,4 miliardi, cioè di 7,9 miliardi (+5,6%). Questo significa che la dinamica della spesa non si arresta, ma viene contenuta rispetto alla corsa delle entrate.
Il 2025, poi, introduce un elemento ulteriore di interesse. Rispetto al 2024 la spesa totale resta quasi immobile, ferma a 845,1 miliardi. Dentro questa apparente stabilità, però, si consuma una ricomposizione interna: la spesa corrente continua a salire, mentre quella in conto capitale diminuisce. In altre parole, non siamo davanti a una riduzione strutturale della spesa pubblica, ma a uno spostamento degli equilibri interni del bilancio.
Il disavanzo si riduce, ma non sparisce
Il dato politicamente più sensibile è quello del disavanzo. Nel 2022 la differenza tra entrate e spese era negativa per circa 149 miliardi di euro. Nel 2025 il saldo negativo scende a circa 137 miliardi. Il miglioramento supera quindi i 12 miliardi.
Non è ancora il ritorno all’equilibrio, né tantomeno a un avanzo. Però è il segnale più concreto che la finanza pubblica italiana, pur restando appesantita da una struttura di spesa elevata, sta uscendo gradualmente dalla lunga coda dell’emergenza. Il trend, letto nel medio periodo, appare chiaro: le entrate crescono quasi il doppio delle spese e il rosso si restringe.
Questo andamento assume un valore ancora più evidente se confrontato con gli anni più difficili. Nel 2020, con la pandemia, il bilancio dello Stato ha subito una vera frattura: le entrate tributarie sono scese a 432,6 miliardi e le spese complessive sono esplose a 724,2 miliardi, portando il disavanzo a quasi 228,6 miliardi. Nel 2021 il deficit è rimasto intorno ai 220 miliardi. Il quadriennio successivo racconta quindi una lenta ma concreta normalizzazione.
Dal pre-Covid alla nuova normalità dello Stato italiano
L’analisi di Unimpresa non si limita al confronto tra 2022 e 2025, ma ricostruisce l’intero percorso del bilancio pubblico dal 2016 al 2025. Ed è qui che emerge la fotografia più interessante: l’Italia non è tornata ai livelli pre-pandemia. Ha invece costruito una nuova dimensione strutturale della finanza pubblica, più ampia e più costosa.
Nel 2016 le entrate complessive si fermavano a 502,4 miliardi. Nel 2025 sono oltre 708 miliardi. Le spese, al netto degli interessi, erano pari a 544,3 miliardi nel 2016 e arrivano a 845,1 miliardi nel 2025. Significa che, anche una volta terminata la fase emergenziale, lo Stato italiano continua a operare su una scala molto più alta rispetto al passato.
Questo elemento va letto con grande attenzione. Da una parte segnala la persistenza di un settore pubblico più interventista, più presente e più oneroso. Dall’altra conferma che il Paese ha assorbito nel proprio assetto ordinario una parte importante dell’espansione maturata negli anni della crisi sanitaria ed energetica.
Il commento di Paolo Longobardi: conti più solidi in un mondo instabile
Il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, legge questi numeri come un segnale di rassicurazione. Secondo la sua interpretazione, l’Italia si trova oggi in una fase di consolidamento dopo gli shock degli ultimi anni e dispone di conti pubblici più stabili proprio mentre il contesto internazionale torna a farsi turbolento.
Il riferimento è alle tensioni geopolitiche, compreso il conflitto in Iran, che potrebbero produrre nuove onde d’urto sull’economia globale. In questo scenario, un bilancio pubblico più ordinato non rappresenta solo un risultato contabile. Diventa una riserva di credibilità, una base di fiducia e uno spazio potenziale di intervento.
La chiave del ragionamento è semplice: quando le finanze pubbliche migliorano, un Paese affronta con maggiore serenità anche gli shock esterni. Non significa che i problemi spariscano, ma che lo Stato è meno vulnerabile e dispone di margini più ampi per reagire.
Il lato meno visibile: più solidità, ma anche più peso del fisco
C’è però una lettura meno celebrativa, che il report lascia intravedere e che merita di essere approfondita. Se il miglioramento del saldo si fonda soprattutto sull’aumento delle entrate tributarie, allora una parte dell’aggiustamento passa necessariamente dal fisco.
Questo non vuol dire automaticamente nuove tasse, ma certamente una maggiore centralità della leva fiscale nel riequilibrio dei conti. E qui si apre un nodo delicato: fino a che punto il rafforzamento del gettito fiscale potrà continuare senza incidere sulla capacità di spesa di famiglie e imprese? È una questione cruciale, soprattutto in una fase in cui la crescita economica non appare ancora così robusta da garantire margini infiniti.
Il rischio politico è evidente. Un bilancio più solido è un bene per il Paese, ma lo diventa davvero solo se il consolidamento non si trasforma in una pressione eccessiva sul tessuto produttivo. La sfida dei prossimi mesi sarà proprio questa: mantenere il miglioramento dei conti pubblici senza soffocare la crescita.
Una finanza pubblica più credibile, ma ancora lontana dall’equilibrio
Il messaggio che emerge dall’analisi del Centro studi di Unimpresa è duplice. Da un lato, i numeri dicono che l’Italia ha intrapreso una traiettoria di consolidamento credibile. Dall’altro, mostrano che il percorso non è concluso e che il riequilibrio resta incompleto.
Il 2025 consegna un quadro migliore rispetto agli anni precedenti: gettito fiscale record, entrate in aumento, spesa stabilizzata e disavanzo ridotto. Ma consegna anche una verità meno comoda: il bilancio pubblico italiano continua a muoversi su livelli di spesa molto elevati e il suo rafforzamento dipende in misura crescente dalla tenuta del prelievo fiscale.
È qui che si giocherà la vera partita. Non solo nei saldi, ma nella qualità del loro miglioramento. Perché conti più ordinati sono importanti, ma diventano davvero un successo solo quando riescono a convivere con crescita, investimenti e fiducia.









This post is also available in: English (Inglese)
Donato Paolino
Ciao! Sono Donato Paolino. Nel lavoro mi occupo di
consulenza strategica digitale e aiuto le aziende a trasformare il marketing online in un sistema di crescita misurabile.
Qui però non parlo di lavoro. Questo è il mio spazio personale: un luogo dove condivido passioni, idee e curiosità — cucina, tecnologia, musica, spiritualità e tutto ciò che non finisce dentro un report di marketing.
Se vuoi sapere cosa faccio professionalmente e come nasce una vera
consulenza strategica digitale, puoi scoprirlo su Dopstart.
