L’analisi di Unimpresa fotografa un mercato del credito ancora costoso: famiglie e aziende pagano interessi elevati, con le PMI penalizzate più di tutti.

Il denaro costa meno in Europa, ma non abbastanza in Italia

Il costo del credito in Italia continua a pesare come un macigno su famiglie e imprese. Nonostante la fase di allentamento della politica monetaria nell’area euro, con un costo del denaro attorno al 2%, il sistema bancario italiano continua a trasferire solo in parte questo beneficio all’economia reale. Il risultato è un quadro ancora sbilanciato: chi chiede finanziamenti, soprattutto se si tratta di piccole e medie imprese, si trova davanti condizioni che restano onerose e spesso poco coerenti con il nuovo ciclo dei tassi.

L’analisi del Centro studi di Unimpresa, basata sui tassi effettivi globali medi del periodo 1° ottobre – 31 dicembre 2025 applicati alla clientela dal 1° aprile al 30 giugno 2026, mette in evidenza una realtà chiara: il credito alle imprese si muove ancora in una fascia compresa tra il 5% e l’8%, con punte vicine o superiori al 10% nelle operazioni di minore importo o più rischiose. Una dinamica che, secondo Unimpresa, rischia di rallentare investimenti, competitività e ripresa economica.

PMI e imprese: i tassi restano alti proprio dove servirebbe più ossigeno

Il nodo più delicato riguarda proprio il finanziamento dell’attività produttiva. Le imprese italiane, in particolare le PMI, non stanno beneficiando pienamente della riduzione dei tassi avviata dalla Bce. Nei finanziamenti legati al ciclo commerciale, come anticipi su crediti, sconto portafoglio e operazioni analoghe, il costo del credito varia sensibilmente in base agli importi: si parte dall’8,06% per somme fino a 50 mila euro, si scende al 6,50% tra 50 mila e 200 mila euro, fino ad arrivare al 4,97% oltre i 200 mila euro.

Anche il factoring, che per molte aziende rappresenta uno strumento essenziale per sostenere la liquidità, continua a mantenersi su livelli importanti: 6,41% fino a 50 mila euro e 4,66% oltre tale soglia. Tradotto in termini pratici, il messaggio è semplice: più l’impresa è piccola, più il denaro costa. Ed è proprio questo il punto critico, perché sono le realtà di dimensioni minori quelle che avrebbero maggiore bisogno di condizioni sostenibili per investire, innovare e restare competitive.

Aperture di credito e scoperti: la liquidità di emergenza ha un prezzo molto pesante

Quando si entra nel terreno della liquidità ordinaria o d’emergenza, il costo del credito diventa ancora più gravoso. Le aperture di credito in conto corrente mostrano un tasso medio del 10,53% per importi fino a 5.000 euro, che scende all’8,86% per importi superiori. Ma è negli scoperti senza affidamento che emerge la parte più dura del sistema: 15,76% fino a 1.500 euro e 15,65% oltre questa soglia.

Sono numeri che raccontano bene la fragilità di molte imprese e famiglie quando si trovano costrette a usare strumenti di finanziamento brevi, costosi e spesso inevitabili. In sostanza, quando la liquidità manca e serve subito, il prezzo da pagare diventa altissimo. Questo rende ancora più difficile gestire tensioni di cassa, ritardi nei pagamenti e spese impreviste.

Leasing e investimenti produttivi: comprare macchinari resta costoso

Neppure gli strumenti destinati agli investimenti offrono un quadro davvero leggero. Nel leasing immobiliare, i tassi medi sono pari al 6,16% a tasso fisso e al 5,43% a tasso variabile. Più elevati ancora quelli del leasing su autoveicoli e aeronavale, che si attestano al 9,24% fino a 25 mila euro e all’8,26% oltre questa soglia.

Il dato forse più significativo è quello del leasing strumentale, particolarmente importante per chi deve acquistare impianti, tecnologie e macchinari: il tasso arriva al 9,92% per importi più contenuti e si ferma al 7,21% per quelli superiori. Questo significa che anche investire per crescere, automatizzare o migliorare la produttività resta molto costoso. E in una fase economica incerta, questo può spingere molte aziende a rimandare decisioni fondamentali.

Famiglie sotto pressione: il credito al consumo resta la forma più cara

Se il fronte imprese preoccupa, quello delle famiglie è ancora più duro. Il credito al consumo continua a registrare i livelli più elevati dell’intero sistema. Il credito revolving raggiunge il 16,07%, gli scoperti senza affidamento superano il 15,6%, mentre i prestiti contro cessione del quinto arrivano fino al 13,85% per gli importi più bassi.

Anche il credito personale resta sopra il 10%, con un tasso medio dell’11,32%, mentre il credito finalizzato si colloca al 10,88%. I finanziamenti tramite carte di credito si attestano all’11,57%, e gli altri finanziamenti generici salgono al 14,23%. Si tratta di dati che mostrano come il ricorso a forme di finanziamento flessibili o immediate continui a comportare un costo molto elevato, con effetti evidenti sui bilanci familiari e sulla capacità di spesa.

I mutui restano l’eccezione: intorno al 4% i tassi più bassi del sistema

Dentro questo scenario complessivamente pesante, i mutui con garanzia ipotecaria rappresentano l’eccezione più evidente. I tassi medi si attestano al 4,05% per il fisso e al 4,08% per il variabile, risultando i più bassi dell’intero sistema del credito.

Il motivo è chiaro: la presenza di una garanzia reale riduce il rischio per la banca e consente condizioni più favorevoli. Tuttavia, anche qui non si può parlare di credito davvero leggero. Un tasso attorno al 4% resta impegnativo per molte famiglie, soprattutto se confrontato con il periodo precedente alla stretta monetaria. In ogni caso, rispetto agli altri strumenti, i mutui restano oggi il segmento meno oneroso.

La denuncia di Unimpresa: politica monetaria trasmessa solo a metà

Il cuore politico ed economico dell’analisi di Unimpresa è tutto qui: il taglio dei tassi deciso a livello europeo non si sta trasferendo in modo pieno e veloce all’economia reale. Secondo il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora, il divario tra costo della raccolta e tassi applicati segnala una trasmissione ancora lenta e parziale della politica monetaria.

Il problema non è solo tecnico. Ha conseguenze molto concrete. Se le imprese, soprattutto le PMI, continuano a finanziarsi a condizioni troppo onerose, investono meno, crescono meno e reggono peggio le incertezze internazionali. In altre parole, il credito caro diventa un freno silenzioso ma potentissimo alla ripresa.

Perché questo scenario può frenare davvero la crescita

Quando il denaro costa troppo, le imprese rinviano l’acquisto di macchinari, rallentano assunzioni, comprimono i piani di sviluppo e riducono la capacità di affrontare nuove sfide. Allo stesso tempo, le famiglie con finanziamenti più pesanti riducono i consumi, aggravando ulteriormente il quadro della domanda interna.

È per questo che la fotografia scattata da Unimpresa va oltre il semplice elenco dei tassi. Racconta un problema strutturale: l’Italia continua ad avere un sistema del credito che distribuisce il costo del denaro in modo ancora poco favorevole alla parte più dinamica ma più fragile dell’economia. E finché questa distanza non verrà ridotta, la ripresa rischierà di restare più lenta del necessario.

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