Osservo con crescente turbamento — e l’animo mio se ne rattrista come dinanzi a un tramonto offuscato da nubi di tempesta — come dai moderni mezzi di comunicazione, dalla televisione che invade i focolari domestici, dalla rete invisibile che tutto avvolge e tutto permea, dalle narrazioni seriali che ammaliano i più giovani con il loro filo continuo di immagini e suoni, giungano segnali sempre più poveri di misura, di decoro e di pudore interiore. Raramente, assai raramente, vi si scorge l’esempio della buona educazione, del confronto leale, della cortesia unita alla fermezza, di quella nobiltà d’animo che non teme di affermare la verità, ma lo fa con rispetto e reverenza verso l’altro. Al contrario, su tali palcoscenici dell’effimero si celebra sovente la prevaricazione, la forza che schiaccia, la vittoria del più violento sul più debole, quasi che in ciò consista la realizzazione ultima dell’uomo.
In questo universo rumoroso, gonfio di urla e privo di silenzi, crescere la prole diviene impresa ardua e dolorosa. Non perché siano venuti meno i valori da trasmettere — ché essi vivono ancora, come brace sotto la cenere, in molti cuori fedeli — ma perché tali valori vengono quotidianamente contraddetti da esempi opposti, brillanti nella loro apparenza e seducenti nella loro immediatezza. I giovani, posti dinanzi a modelli che inneggiano alla violenza fisica, psicologica o verbale, vedono ciò che noi predichiamo essere continuamente smentito da ciò che il mondo acclama e ricompensa. Ed è duro per loro credere nella bontà della mitezza quando la sopraffazione è festeggiata, nella nobiltà del sacrificio quando l’egoismo è osannato, nella bellezza della purezza quando la volgarità è incessantemente esibita come trofeo di libertà.
Io credo fermamente, con convinzione radicata come quercia secolare, che l’essere umano debba tendere a una elevazione interiore e spirituale, poiché solo in quella dimora luminosa risiede il senso autentico della vita. La dimensione materiale — il possesso, il successo apparente, la gloria mondana — non ne è che un accompagnamento secondario, un’ombra fugace, non certo il fine supremo. Eppure, mai come in quest’epoca si tenta di persuadere l’uomo che egli sia soltanto corpo, consumo, soddisfazione immediata dei propri desideri. Si canta la religione dell’istante, si adora il dio del profitto, si sostituisce all’interiorità l’immagine riflessa in innumerevoli schermi. L’anima, che è il vero centro dell’uomo, viene dimenticata, negata, derisa, come ingenua superstizione di tempi remoti.
Difendere le proprie idee è giusto e talvolta necessario; nessuno potrebbe pretendere da noi una resa vile o una rinuncia alla verità che nel profondo percepiamo. Ma quando la difesa delle idee si muta in disprezzo dell’altro, quando non si riconosce nel volto altrui un uomo degno quanto noi, portatore di uguale dignità e mistero, allora la battaglia è già perduta prima ancora di essere combattuta. Una vittoria ottenuta calpestando l’umanità del prossimo non è vittoria, ma sconfitta dissimulata sotto il clamore dei trionfi esteriori. E questo veleno del disprezzo, filtrato goccia a goccia nelle coscienze, non resta confinato nelle dispute quotidiane, ma sale più in alto, fino alle stanze dove i potenti della terra decidono le sorti dei popoli.
Là, in quei luoghi inaccessibili ove il potere si esercita con parole solenni e talora gelide, la mancanza di rispetto si fa azione devastante. Con leggerezza talvolta spaventosa, si decide di guerre, bombardamenti e stermini, in nome di interessi economici, di supremazie politiche, di orgogli nazionali travestiti da ideali. Così la violenza, esaltata sui piccoli schermi, trova compimento nei grandi scenari del mondo; e il pianto dei bambini, le rovine delle città, le carovane di profughi senza patria gridano la menzogna di un progresso che si proclama civile e umanitario, ma reca con sé la morte. Quale progresso è mai questo, che perfeziona gli strumenti di distruzione e inaridisce i cuori? Quale civiltà può reggersi sulla sopraffazione elevata a norma e sull’indifferenza innalzata a virtù?
In mezzo a tali contraddizioni, i giovani crescono sospesi tra due richiami opposti. Da un lato, nell’intimo silenzioso della coscienza, percepiscono ancora ciò che è giusto, ciò che è bello, ciò che è degno dell’uomo: il rispetto, la solidarietà, la compassione, l’anelito alla verità e al bene. Dall’altro lato, il mondo intorno a loro propone come desiderabile ciò che è più vistoso, più rumoroso, più immediatamente gratificante: successo senza merito, fama senza sacrificio, forza senza giustizia. Ne nasce uno stato di smarrimento, come di chi cammini nella nebbia senza bussola. In alcuni, questo conflitto interiore genera tristezza profonda, senso di inadeguatezza e di scoraggiamento; in altri, produce aggressività, rabbia, ribellione cieca contro tutto e tutti. Sono segni evidenti di una lacerazione interiore non risolta, di un’anima che anela alla luce ma viene circondata dalle ombre.
Molti, allora, si domandano quale sia il nostro compito in questa età travagliata. Io credo che esso consista nell’arginare tale deriva non con la medesima violenza che condanniamo, ma entrando nei cuori con l’esempio, con la parola misurata, con la pazienza vigilante. Le grandi trasformazioni dell’umanità non sono mai nate dal fragore delle armi o dalla durezza degli editti, ma dalla forza silenziosa di uomini e donne che hanno saputo testimoniare, con la propria vita, la dignità dell’essere umano. Non è gridando più forte degli altri che si convince, ma vivendo in maniera tale che la vita stessa divenga argomento, dimostrazione, invito.
È opera lenta, faticosa, non esente da scoraggiamenti. Talvolta sembra di seminare nel deserto, di parlare a orecchie sorde, di offrire esempi che nessuno vuole più imitare. Eppure, ogni gesto di bontà conserva un valore eterno, ogni parola detta con verità e dolcezza penetra come seme nella terra dell’anima e può germogliare anche a distanza di anni. I giovani, benché talvolta appaiano distratti e lontani, osservano, ascoltano, registrano in silenzio. Il loro cuore sa riconoscere ciò che è autentico, e alla lunga ne viene attratto più di quanto non accada con le luci abbaglianti dell’effimero.
Non possiamo tuttavia limitarci a un generico invito alla bontà. Occorre riscoprire le radici stesse della dignità umana, tornare a interrogarci su chi siamo e a quale meta tendiamo. Se l’uomo è soltanto un frammento casuale dell’universo, gettato per pochi decenni nel gioco cieco delle forze materiali, allora la violenza non è che una delle sue possibili espressioni; e la sopraffazione, lungi dall’essere condannabile, diviene segno di forza e di adattamento. Ma se l’uomo è creatura dotata di spirito, se porta in sé un richiamo all’infinito che nessun bene terreno può saziare, allora la violenza appare per ciò che è realmente: tradimento della propria natura più alta, degradazione di ciò che nell’uomo vi è di più nobile.
In quest’ottica, la buona educazione non è semplice serie di regole esteriori, non è formalità di galateo destinata a rendere più gradevole la convivenza sociale. Essa è, al contrario, la manifestazione visibile di un ordine interiore, segno che l’uomo ha riconosciuto in sé e negli altri una dignità sacra. Il rispetto per la parola altrui, la pazienza nell’ascolto, la modestia nel giudizio, non sono orpelli antiquati, ma pilastri di una società veramente umana. Dove essi vengono abbattuti, subentra inevitabile la legge del più forte, e la convivenza si trasforma in arena di lotta permanente.
È dunque indispensabile educare, e prima ancora educarci. Nessuno può donare ciò che non possiede. Non possiamo chiedere ai giovani mitezza se noi stessi siamo collerici, non possiamo pretendere rispetto se le nostre parole sono intrise di sarcasmo e disprezzo. L’educazione più efficace è sempre quella che passa attraverso l’esempio. E così, nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle comunità grandi e piccole, ognuno è chiamato a essere custode di un clima diverso, più umano, più degno. Ogni conversazione può diventare occasione di crescita o di ferita, ogni discussione può edificare o distruggere.
Molti diranno che tutto questo è utopia, che il mondo è sempre stato dominato dai forti e lo sarà sempre. Ma la storia dell’umanità testimonia che le idee più alte, le conquiste più autentiche, non sono state opera dei violenti, bensì dei miti e dei perseveranti. La violenza lascia rovine visibili e appariscenti; la mitezza costruisce in silenzio, ma ciò che costruisce dura. Imperi sorti con la spada sono svaniti come polvere al vento; il bene compiuto in umiltà continua a operare nei secoli, spesso senza nome e senza clamore.
Non possiamo tuttavia ignorare le responsabilità specifiche dei mezzi di comunicazione. Essi, come fiumi che portano acqua alle campagne dell’anima, possono irrigare o inondare, possono fecondare o devastare. Quando scelgono deliberatamente di esaltare la volgarità, l’aggressività, la banalità elevata a norma, tradiscono il loro compito più alto, che sarebbe quello di elevare, educare, illuminare. Non si chiede loro censura cieca, ma coscienza della propria enorme influenza sugli animi in formazione. Chi parla al mondo ha dovere di pesare le proprie parole come medico che sa quanto forte sia il farmaco che somministra.
Eppure, anche se i grandi mezzi di comunicazione sembrano spesso rivolgersi verso il basso, nessuna epoca è totalmente perduta finché esistono cuori disposti a resistere. Resistere non con la chiusura sdegnosa o con la fuga dal mondo, ma con la scelta quotidiana di uno stile diverso: parlare senza insultare, dissentire senza odiare, affermare la verità senza umiliare. In questa resistenza silenziosa si gioca il destino stesso dell’uomo. Non dobbiamo illuderci di cambiare il mondo intero; ma possiamo cambiare il clima che ci circonda, e già questo è molto più di quanto si creda.
Così, quando guardo ai giovani d’oggi — spesso giudicati in blocco con superficialità ingiusta — io scorgo non soltanto smarrimento e fragilità, ma anche straordinari germi di bene. Essi sono più sensibili di quanto appaia, più desiderosi di autenticità di quanto spesso si creda. Hanno sete di esempi credibili, di adulti che non predichino soltanto, ma vivano ciò che dicono. Se non li trovano, si volgono altrove, inseguendo surrogati di felicità che presto si dissolvono; ma se li incontrano, sanno riconoscerli e seguirli con passione.
Il compito che ci attende è dunque arduo, ma non impossibile. Esso richiede che noi stessi intraprendiamo un cammino di elevazione interiore, di vigilanza sulle nostre parole e azioni, di cura amorevole dei più piccoli e dei più deboli. Richiede di credere che il bene non è ingenua illusione, ma forza potente, benché discreta. Richiede di rifiutare l’idea che il successo del violento sia l’ultima parola della storia. Non sarà forse dato a noi di vedere i frutti completi di questa semina, ma ciò non diminuisce la nobiltà dell’opera.
Poiché riguarda davvero il destino stesso dell’uomo: se egli debba vivere come predatore o come custode, come dominatore o come fratello, come colui che calpesta o come colui che edifica. In questa scelta — che si rinnova ogni giorno, in ogni gesto, in ogni parola — si decide se la nostra civiltà avrà ancora il coraggio di chiamarsi umana. E finché ci sarà qualcuno che, pur tra turbamento e fatica, continua a credere nell’elevazione dello spirito, la speranza non sarà spenta, ma brucerà come fiamma quieta nel cuore della notte.
This post is also available in: English (Inglese)
Donato Paolino
Ciao! Sono Donato Paolino. Nella vita mi occupo di digital marketing (sì, quello che fa sembrare tutto più complicato di quanto sia), ma qui no: questo è il mio angolo libero, dove parlo di quello che mi fa stare bene — cucina, musica, scrittura, tecnologia e un pizzico di spiritualità. In pratica, tutto ciò che non puoi mettere in un report di Google Ads.
